L’esperimento del piccolo Albert
Watson condusse diversi studi sul comportamento umano e animale, ma il più noto è senza dubbio quello che coinvolse un bambino di nove mesi soprannominato “piccolo Albert”.
L’obiettivo dello psicologo era approfondire le caratteristiche fisiologiche delle emozioni infantili, che secondo lui si riducevano a tre stati fondamentali: paura, rabbia e amore.
Per restare fedele al comportamentismo, Watson decise di concentrarsi soltanto sulle manifestazioni esteriori delle emozioni, escludendo completamente il vissuto soggettivo del bambino, ritenuto non osservabile e quindi non scientificamente valido.
L’esperimento si basava sull’idea che, attraverso l’interazione con l’ambiente, un individuo possa apprendere reazioni emotive sempre più complesse. Per verificare questa ipotesi, Watson pone Albert a una serie di procedure di condizionamento, con l’intento di indurre in lui una risposta di paura alla vista di alcuni animali.
La 1. fase dell’esperimento consisteva nel presentare al bambino diversi stimoli, un cane, il fuoco, un topo bianco, verificando che nessuno di questi suscitasse in lui timore. Successivamente, Watson iniziò a far coincidere l’interesse di Albert verso il topolino bianco con un forte rumore metallico generato colpendo una barra di ferro alle sue spalle. Il suono improvviso provocava nel piccolo una reazione di spavento molto intensa.
Dopo alcune associazioni ripetute, il bambino arrivò a provare paura anche in assenza del rumore, semplicemente vedendo il topo: una dimostrazione di condizionamento classico applicato alle emozioni umane.
Oggi sarebbe giudicato inaccettabile sul piano etico, mostrava chiaramente che anche le reazioni emotive potevano essere apprese, proprio come i riflessi fisiologici o i comportamenti necessari alla sopravvivenza.
Uno degli aspetti più interessanti che emersero fu la cosiddetta generalizzazione dello stimolo. Una volta appresa la paura nei confronti del topolino bianco, Albert cominciò a spaventarsi anche alla vista di altri oggetti simili: un coniglio, una pelliccia, la bambagia, perfino una barba finta da Babbo Natale. Stimoli che condividevano alcune caratteristiche percettive con l’originale erano in grado di suscitare la stessa reazione, senza essere mai stati associati direttamente al rumore spaventoso.
Commenti
Posta un commento